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Introduzione

Acqua Marina – Conversazioni autobiografiche di Urbana Carezzoli
Introduzione di Gabriella Pellegrini

Non ho mai incontrato Urbana Carezzoli di persona, ma la nostra “amicizia”, coltivata attraverso l’etere, è stata per me certamente più ricca e profonda di tanti incontri quotidiani.
La sua voce mi è giunta un giorno sulle frequenze di Radio Insieme, una piccola emittente locale con cui collaboravo, capace di sognare in grande, oggi purtroppo costretta al silenzio. Urbana commentava le sue poesie, aprendo squarci sulla sua esperienza e lasciando intravedere una ricchezza di umanità non comune. La sua voce flebile e volitiva, sofferente e determinata, mi teneva legata all’apparecchio radio settimana dopo settimana.
Poco a poco ho scoperto le sue condizioni di vita: cieca dall’infanzia e immobilizzata in un letto da diversi decenni, non aveva nessuna intenzione di arrendersi ad un destino che avrebbe fermato non pochi dei suoi ascoltatori radiofonici. Il suo grande desiderio era quello di comunicare e se non poteva farlo di persona, i miracoli della tecnica potevano venirle incontro. Prestissimo era diventata radio-amatrice, per passare poi naturalmente alla comunicazione radiofonica.
Nelle sue parole, come nelle sue poesie, emergeva tutto il carico di sofferenza che la vita le aveva riservato, ma mancava del tutto l’auto-commiserazione, anzi ella sapeva cogliere ogni motivo di gioia nelle vicende quotidiane.

Tutto ciò mi ha fatto sorgere il desiderio di conoscerla meglio, di imparare da lei una sapienza di vita, piuttosto rara nel mondo d’oggi. Le ho proposto allora di “raccontarsi” in una trasmissione radio a cadenza settimanale. Urbana non mi conosceva, ma accettò senza difficoltà di lasciarsi intervistare, forse perché sapeva, dentro di sé, che non le restava molto tempo. Un modem le permetteva di mettersi in collegamento con la sede della radio e potevamo così registrare le nostre conversazioni.
Iniziò, allora, per me un’avventura che ricordo con grande nostalgia. Urbana dava grande spazio alla memoria della sua infanzia povera e felice, alla sua esperienza di bambina affamata di immagini e di colori, poetessa in erba e sognatrice, che di lì a poco avrebbe visto spegnersi per sempre la luce del sole.
Ma i suoi erano solo bei ricordi; l’affetto respirato da sempre in famiglia sapeva colorare di “azzurro” ogni evento, pur condito di dolore, delusioni e sofferenza, fisica e spirituale.
L’“azzurro”, il suo colore preferito, tornava spesso nei suoi rac­conti; era il suo modo di trasfigurare l’esperienza, per farne emergere il significato interiore, il “senso” di una vita apparentemente limitata, che non era tale per lei; progettava imprese incredibili e incredibilmente le realizzava; con caparbietà aveva voluto soddisfare il suo amore per lo studio e per la musica, riuscendo a diplomarsi in pianoforte. Ma la malattia le avrebbe tolto, poco alla volta, anche la gioia di suonare; ormai solo gli strumenti tecnici le offrivano la possibilità di appagare i suoi desideri: il computer poteva aiutarla a scrivere e la radio le permetteva di assaporare la musica.

Tutto ciò non le ha impedito di essere sempre attiva, di occuparsi di chi considerava più bisognoso di lei, di attivarsi per far nascere e far funzionare una scuola per ciechi in Togo, di offrire sempre e comunque una parola di speranza.
Vera “mater familias” era punto di riferimento per i suoi familiari e per i numerosissimi amici e collaboratori; sempre presente a tutto, si faceva carico dei problemi di tutti, senza dimenticare il mondo che la circondava. Anche davanti alle incomprensioni sapeva guardare più lontano, sapeva comprendere e scusare, nulla poteva abbatterla.
Questa storia lascia intravedere tutto ciò; il lettore di oggi, come l’ascoltatore radio di ieri, hanno la possibilità di incontrare una grande piccola donna, maestra di vita e di umanità.