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4 Trieste

Sì, ma non allo stesso, come vedremo.
Io intanto ero ancora a casa in vacanza.
Non era un bel periodo per i miei. L’ambiente era ostile e i padroni ci ostacolavano molto; ce l’avevano con noi perché loro erano senza figli e volevano ad ogni costo che i miei genitori gli cedessero il bambino più piccolo, il mio fratellino. Immaginarsi la risposta dei miei: «Magari moriamo di fame, ma tutti insieme».
E così ci maltrattavano con angherie indescrivibili, tanto da costringerci poi, il solito San Martino, 11 novembre, a partire e cambiare ancora casa.

Ma nel frattempo era successo qualcosa riguardo all’istituto. Alcuni genitori di Vicenza, insoddisfatti di Piacenza, erano andati in Provincia a protestare. I miei non sapevano nulla e neppure sarebbero stati in grado di fare una cosa del genere.
Quando è arrivato il momento di riprendere la scuola siamo stati informati, con una lettera, che ero stata assegnata all’Istituto di Trieste.
La notizia mi ha rattristata perché per quanto spiacevole sia un ambiente, se lo conosci già ti prepari; ora invece dovevo andare ancora incontro a chissà che cosa.
Poi faceva impressione quella lettera di convocazione, così fredda e formale, con l’elenco di cosa dovevo portare, e questi numeri…
Tu sentivi già che non esistevi più come persona, eri un numero. Io ero il 67.

Te lo ricordi bene…

Ah! Se me lo ricordo!.
Dovevamo andare accompagnati dalle famiglie fino a Venezia dove la polizia ferroviaria ci avrebbe preso in consegna.
Siamo giunti all’istituto verso sera e la prima impressione è stata terribile, ci sentivamo quasi dei piccoli militari.
Si era accolti subito da un medico che visitava tutti, poi il dentista, poi… la pulizia generale. E se qualcuno, purtroppo, magari perché a casa viveva in un ambiente igienicamente trascurato, aveva delle bestioline in testa… tutto a zero! Tagliavano i capelli a zero, mettevano in testa aceto o petrolio non so… So solo che sapeva una puzza!
E dopo aver completato queste cose, il bagno e il resto, alla sera si andava a prendere qualcosa in refettorio.
Su ogni sedia c’era già il nostro nome scritto, con il nostro numero e tutto perfettamente in ordine. Ma lì m’accorgo d’aver cambiato nome: non più Urbanina ma Arbanella!
Poi la prima conoscenza con le istitutrici; faccio fatica a descrivere quelle persone, non erano certo disumane ma molto fredde, molto lontane.
E infine ci assegnano i nostri lettini: anche lì tutto perfettamente in ordine. Come pure la scuola, che conosciamo il giorno dopo.
Ovunque una disciplina quasi da caserma. Infatti il direttore era un colonnello tedesco che aveva perso la vista. Era… non nazista ma, penso, ultra nazista.

Lì eravamo in tanti, con i ragazzi più di centocinquanta

In questo istituto c’erano soltanto ragazzi ciechi?

Sì, solo ciechi. È l’Istituto Rittmeyer di Trieste, che si trovava in Riviera Barcolo, in un posto meraviglioso.
Mi è rimasto un ricordo bellissimo di quel luogo: un po’ in collina, con una lievissima discesa… Si scendeva in riviera e subito di là c’era il mare… Lo sentivamo ovunque, anche da scuola, soprattutto quando era in tempesta.

Questa era un’esperienza nuova per te?

Nuovissima, come la bora. Quante volte ho pianto per la bora! Il direttore voleva che facessimo la passeggiata ogni domenica e, che soffiasse la bora, che facesse freddo… la regola era quella: bisognava andare. E allora, quanto freddo! E tutte noi piccoline si camminava e si piangeva; in silenzio, però, se no sarebbero stati altri guai.
La Messa alla domenica no, ma la passeggiata sì. Perché la religione lì non era prevista. C’erano delle ragazze più grandi che a volte ci facevano dire le preghiere; una volta al mese veniva un sacerdote a portarci la Comunione, ma in un corridoio, con i ragazzi grandi che continuavano a fare baccano nelle sale vicine.

Quindi non potevate neppure andare a Messa la domenica?

No, e anche la Comunione, io che avevo fatto da poco la Prima Comunione, si poteva prendere solo una volta al mese, e in quel modo…

Ma la scuola sì che era importante, a scuola esigevano molto.
E di quegli insegnanti conservo anche dei ricordi bellissimi: ad esempio il giorno di San Nicolò. Mentre a Piacenza festeggiavano Santa Lucia, a Trieste era San Nicolò la festa dei bambini.
Ci facevano trovare sotto il banco, a scuola, il sacchettino con le fave.. Loro le chiamavano così: sono dei piccoli dolcetti colorati, come una specie di amaretti piccolissimi.

Era un segno di attenzione.

Sì, era un segno che ci consolava, ci dava gioia e noi lo si aspettava…
Come le altre feste, e soprattutto la Befana.

Perché la Befana?

La Befana era una festa molto sentita; noi eravamo tutti lontani da casa e non si passava il Natale in famiglia per cui le feste erano piuttosto tristi. Anche per questo la Befana diventava il momento più atteso di tutte le feste natalizie.
Poi nel periodo fascista la Befana era considerata una ricorrenza molto importante; ci venivano offerti dei doni abbastanza consistenti, non giochi ma oggetti utili. Il primo anno ho avuto delle camicie da notte, un altro anno una valigia che poi mi è servita parecchio tempo, poi la tavoletta per scrivere in Braille…

Erano doni personalizzati oppure uguali per tutti?

No, erano personalizzati e tenevano anche conto dei bisogni di ciascuno. Non tutti, ad esempio, ricevevano la valigia… Ed era anche per questo che era un momento molto bello.

Quanti anni sei rimasta a Trieste, Urbana?

Sono rimasta a Trieste quattro anni. Non era un posto senza cuore, forse le istitutrici erano un po’ fredde, anche per loro ragioni: costrette lì, avevano dei problemi senz’altro anche loro. Più tardi, da grande, sono riuscita a capire queste cose, ma in quell’epoca no.
Ma fra di noi, bambine e ragazze ci volevamo bene. Ad esempio, io allora non potevo più giocare…

A causa della malattia?

Sì, facevo fatica a camminare, mi stancavo moltissimo, avevo tanto male a un fianco. Quindi quando arrivava l’ora della ricreazione io mi mettevo seduta su di una panchina e leggevo, leggevo molto, libri di tutti i tipi… Sempre da bambini, naturalmente, perché lì ci osservavano molto.

C’erano delle ragazzine che a volte venivano a farmi compagnia; stavano con me d’inverno, quando non si poteva scendere giù nel parco o nel giardino, e si giocava insieme. Avevamo abbastanza giocattoli e ce li lasciavano anche maneggiare. C’erano delle belle bambole, grandi, e di una mi ricordo ancora il nome: Gisella.
Lì sono nate anche delle belle amicizie: ho conosciuto Alida, una bambina della mia stessa età di Monza, che poi si è laureata e che ha insegnato, Giovanna, Valeria, Wanda che poi è morta… Tanti nomi di tante carissime amiche, tante care bambine… ci tenevamo compagnia.
Poi c’erano le mezzane e c’erano le grandi… Di qualcuna che era un po’ troppo superba, che si credeva chissà chi, ho qualche ricordo un po’ così… ma noi bambine cercavamo di non farci sopraffare troppo…

Quell’istituto era proprio come una caserma: anche quelli che avevano i familiari vicino non è che potessero goderseli. Io non ho mai avuto una visita dei miei perché erano lontani, ma anche gli altri non è che potessero stare assieme.
Le visite si tenevano in una grande sala dove sistemavano due lunghi tavoli, accostati di lato. Veniva una larghezza di quasi due metri… I bambini e i ragazzi dell’istituto venivano messi da una parte, i familiari dall’altra; non arrivavano neanche a darsi la mano e si doveva gridare per capirsi un po’.
Poi c’erano delle grandi ceste e lì bisognava mettere tutto quello che i familiari avevano portato e alla sera, durante la ricreazione, l’istitutrice lo divideva tra tutti. Quello che aveva ricevuto qualcosa dai parenti, di solito biscotti, caramelle o frutta, aveva tanto quanto me, quanto un altro.
Ma quello che rattristava di più era il non poter colloquiare con i familiari, il non poter stare assieme almeno un pochino.
Ecco, questo era davvero molto brutto.

In quegli anni ero sempre avvolta in una specie di nebbia… Non mi rendevo conto della situazione e non riuscivo ad entrare nel mondo reale; ero immersa nelle mie fantasie ed ero anche molto triste.
Non mi sembrava di vivere, ero sempre assente, ed anche a scuola, in questa situazione, non ho reso completamente niente.

A che cosa era dovuto?

Al trauma avuto. Non per la perdita della vista, ma per la perdita del mio mondo e della mia famiglia. Per il contatto con un ambiente totalmente diverso….

Forse eri anche abituata bene: la tua famiglia, ci dicevi, anche se povera era ricchissima di amore e di affetto. E questo ora ti penalizzava.

Sì, forse sì. Perché era proprio la solitudine che mi pesava, la solitudine di una bambina che non si rendeva neanche conto di cosa le succedeva attorno e non riusciva ad entrare in quel nuovo mondo, proprio non ci riusciva. Ero assente, lontana, credo che addirittura m’abbiano giudicata psichicamente anormale in quell’epoca.

E sono giunte le vacanze finalmente.
Ancora una volta la mia famiglia, purtroppo, aveva fatto “San Martino”: da Lovertino, dove avevo trascorso l’estate dopo Piacenza, mi sono ritrovata ad Albettone.
Anche la nuova casa era un casolare fatiscente; questo era in mezzo ai campi, isolato, non c’era neanche un viottolo che portasse lì. All’interno non c’erano pavimenti, solo terra battuta e nient’altro. La scala era tutta rotta…

E non potevo neppure uscire un po’ fuori perché davanti alla porta, a qualche metro di distanza, c’era un fossato pieno d’acqua; e quindi la paura, mia e dei miei, che cascassi dentro.
Insomma: una vera prigione.
Vivevo tutto con estremo disagio. Anzi, disagio non è la parola completa, non è tutto quello che vorrei dire…

Era un fatto triste, ma le vacanze stavano cominciando ad essere per me un peso. L’istituto non era un posto lussuoso, ma era attrezzato, decoroso, sicuro. Ritrovarmi nell’ambiente di casa era un momento traumatico, un passaggio troppo brusco; io ero una bambina, ed era comprensibile.

Quell’estate lì ho vissuto anche altre esperienze spiacevoli.
Con noi viveva la nonna, la nonna paterna, che noi purtroppo non potevamo mantenere e che andava quindi in giro a chiedere l’elemosina. Noi bambini sì, si era anche affezionati, ma non tanto, non come lo sono adesso i bambini ai loro nonni.
Quell’anno fece una prima paralisi e io la ricordo sempre seduta, immobile davanti alla porta.

E poi ricordo l’incidente di mio fratello.
Aveva cinque anni. Doveva andare a fare un po’ di spesa, acquistare la conserva da mettere nelle patate… Che poi, ogni volta che mangiavamo quelle famose patate rosse, noi le chiamavamo così, mi veniva in mente quel suo incidente!
La strada era piuttosto lunga e lui aveva chiesto ad un carrettiere di poter salire sul carro; ma poi non si è fermato al momento giusto per farlo scendere e così mio fratello è saltato giù dal carro in corsa, ed è finito sotto…
Un bambino di cinque anni sotto ad un carro da otto quintali! Quanta disperazione! Nostra, dei miei genitori, di tutti… Quanti voti fatti, a tutti i santi della terra! Siamo finiti sui giornaletti perché dopo è risultato essere un miracolo, almeno così dicevamo noi.

Quindi si è salvato…

Sì, si è salvato! Era il fratello che mi seguiva di più, che avrebbe anche imparato il Braille più tardi…
Ma purtroppo eravamo nel ’40. C’era una famiglia che aveva la radio, poco lontana da noi. Un certo giorno l’hanno accesa a tutto volume e abbiamo sentito il Duce che dichiarava la guerra.
Un’altra tragedia: avevo il fratello maggiore che era pronto per partire e mio papà era stato congedato col grado di Sergente Maggiore.

Quindi avrebbe dovuto partire anche lui…

Doveva partire anche lui…