nav-left cat-right
cat-right

2 Perdere la vista

All’età di sei anni ho incominciato ad andare a scuola. Con i fratelli mi portavo in paese, in una scuola molto piccola, una sola insegnante per tutti e lì ho avuto le mie prime esperienze con il calamaio. Perché allora si usava quello, con il penale, cioè col pennino piccolino che spesso si rompeva… Le mie prime aste, le mie prime letterine…
Della scuola non ho tanti bei ricordi; forse è incominciata lì la mia esperienza un po’ amara e lo scontro con la realtà. Io infatti incominciavo a perdere la vista e facevo fatica; molta fatica. Ma fino a quando ci si vede un pochino si sta attenti a superare da soli il problema e pochi se ne accorgono.
Ho avuto anche delle esperienze negative che hanno influito poi su certi miei atteggiamenti. Ad esempio la paura del fuoco.
Io ho delle amiche non vedenti che fanno di tutto in casa, accendono il fornello, fanno da mangiare, fanno davvero tutto in autonomia. Io invece ho cominciato da allora ad essere terrorizzata del fuoco perché la maestra mi diceva che, poiché facevo molte macchie con l’inchiostro, mi avrebbe messo le mani dentro la stufa. Avevamo la stufa di terracotta in classe…
E quando ho perso la vista non ho mai voluto, neppure fosse stata questione di vita o di morte, accendermi un fuoco per farmi un caffè o altro… Avevo troppa paura delle fiamme.

Allora a sei anni hai incominciato ad andare a scuola ed è probabilmente con i primi libri che la famiglia si è accorta del tuo problema alla vista.

Nel secondo anno. Il primo è passato così, senza che nessuno se ne accorgesse. Tornavo a casa, il papà che anche se era stanchissimo ci seguiva nei compiti e allora alla sera, solo alla sera, ritrovavo la mia serenità dimenticando l’amarezza della scuola.
 Papà sì mi insegnava, e mi ha insegnato a vivere: quella sì che è stata una scuola, una scuola vera. Noi facevamo tante domande e lui ci sapeva sempre rispondere, magari a modo suo, forse anche in maniera sbagliata, però ci accontentava.
Le sere erano belle, anche se si dovevano fare i compiti, perché lui ci teneva molto alla scuola. Anche con i miei fratelli più grandi, voleva che potessero imparare e studiare… Si sapeva che non avrebbero potuto andare avanti, anche se avevano molte capacità; soprattutto il fratello maggiore era molto intelligente e amante dello studio.

Quindi i ragazzi, sapendo di non poter proseguire più di tanto gli studi, approfittavano di tutto quello che potevano avere finché andavano a scuola

Ah sì! E ne hanno proprio approfittato fino in fondo, aiutati dalla costanza e dall’amore dei genitori.
Mamma era un po’ in disparte in queste cose, però ci seguiva, ci teneva… Se avessero potuto, più di qualcuno avrebbe continuato gli studi perchè avevano veramente delle capacità.

Invece hanno dovuto rinunciare

Hanno dovuto rinunciare, ma si son fatti lo stesso una buona posizione, con la loro intelligenza, e allora il rimpianto è minore.

Torniamo alla scuola. Il primo anno la maestra non si è mai accorta dei tuoi problemi.

No non si è mai accorta…
Mi è rimasto impresso il suo nome, di nessun altro me lo ricordo: Anna Maria Iolès. Era un po’ violenta, ci picchiava: ci faceva mettere le mani sul banco e giù bacchettate, e che bacchettate!
Il secondo anno delle elementari: è iniziato tra delusioni e paura… Sì, era proprio paura ormai.

Ad un certo punto dell’anno, dopo Natale, ho cominciato ad avere mal di testa e i miei si sono preoccupati. Si sono accorti loro che io mi avvicinavo un po’ troppo per guardare le cose; mi hanno portata dal medico, il medico generico, e lui non potendo far niente mi ha mandato da un oculista a Vicenza.
Questo oculista non ha capito niente dei miei problemi…Era famoso, l’ho saputo dopo, per quanta gente ha mandato al Configliacchi, l’istituto dei ciechi di Padova! Ed anche nel mio caso ha sbagliato completamente diagnosi

Perché, cosa diceva?

All’inizio non diceva niente ai familiari, assolutamente niente.
Mi ha fatto ricoverare e subito ha incominciato a operarmi, prima a un occhio, dopo all’altro e questa è stata una esperienza dolorosissima… Dolorosissima perché lontana dal mio mondo, dal mio regno, dalla mia felicità. Lontana anche dai miei, perché allora le regole ospedaliere erano molto diverse e mi potevano vedere solo due volte alla settimana; guai se portavano una caramella, era proibita anche quella.
Le prime due operazioni non sono state sufficienti, e quindi me ne hanno fatte altre due.
I miei chiedevano informazioni.
«Ma che cosa pretendete -rispondevano- con quello che ha, con quello che ha avuto…»
Io devo ancora sapere cosa ho avuto!

Come faccio a dimenticare! Non ero preparata a niente, anche psicologicamente. Mi portavano un bicchiere di olio di ricino e dopo mi davano una caramella allo zabaione. Non ho più voluto saperne di queste caramelle, per quello che mi ricordavano!
Quando mi portavano in sala operatoria, mi mettevano la maschera dell’etere; allora non c’era l’anestesia di oggi. E io resistevo, resistevo… e contavo, contavo… ma poi crollavo in un momento. Chissà dove: sentivo che cascavo, che precipitavo…
Ecco, questi ricordi mi sono proprio rimasti qui!

Dopo quattro operazioni decidono di farne un’altra, la terza sullo stesso occhio. Mi tenevano sempre bendata e mi legavano anche, perché non riuscivo a stare ferma.
Quando è arrivato il momento di togliere le bende mi sono accorta di non vedere più nulla con quell’occhio. E non ho più visto niente.
Io continuavo a piangere, soprattutto quando venivano i miei e così papà, firmando, mi ha portato via. Ma senza sapere cosa fosse davvero successo: ci dicevano “lussazione al cristallino”.
Dopo le operazioni mi sono uscite le cateratte che hanno aggravato il tutto. Forse avrei perso ugualmente la vista, ma molto più lentamente e non così.
Poi i miei mi hanno portato a Padova, con di quei sacrifici che ancora adesso cerco di indovinare e mi chiedo come han fatto a procurarsi quei soldi, come hanno fatto!
A Padova hanno constatato che era troppo tardi e non si poteva fare niente… Io vedevo ancora la luce con l’occhio destro e almeno quello hanno cercato di lasciarmelo; hanno tentato così la sesta operazione e per un po’ di anni la luce, solo la luce, sono riuscita a vederla.
E qui finisce la storia della mia cecità, perchè poi da quel momento io non ho avuto più speranze, e i miei neppure. Non era neanche il caso di andare di qua e di là a provare e riprovare…
In seguito sono entrata in istituto, ho incominciato a studiare e non ho più pensato al vedere e al non vedere. Era un dato di fatto, accettato così, senza ribellione.

Però quanti dolori, quanti problemi! Un momento che ha cambiato totalmente tutto il mio modo di vivere.
Ricordo che dovevo sempre star ferma quando invece… Non che fossi molto vivace, che mi piacesse correre, però ero molto curiosa e amavo andare di qua e di là.
Invece no, perchè in campagna c’erano allora molti fossati e i miei avevano paura che potessi caderci dentro. Ecco le paure! Prima non c’erano, prima la natura mi dava solo felicità.
A volte mi allontanavo un po’ dalla casa e mi trovavo in un momento in un posto da cui non sapevo tornare… E allora quante grida per chiamare gli altri!

E poi la paura del temporale: ce l’ho ancora adesso, non sono mai riuscita a vincerla. Perché prima, quando riuscivo a vedere il lampo mi preparava al tuono ma ora arrivava sempre all’improvviso, e allora… quanta paura! Se riuscivo, andavo a nascondermi sotto il letto e immancabilmente mi addormentavo; i miei mi cercavano, le prime volte preoccupati, ma poi sapevano dove trovarmi.
Adesso, ancora adesso, i miei nipoti sanno di questa paura e l’hanno capita.. E quando arriva il temporale, si può anche proprio ridere, si fa il gioco del telefono, sai… quello in cui ci si passano le parole: ecco allora in fondo alla casa senti «lampo», poi più vicino «lampo» perché io devo sapere che c’è il lampo e mi devo preparare al tuono.

I miei continuavano a sperare e ogni sera pregavamo, tutti attorno alla tavola, chiedendo la grazia che io potessi ancora vedere.
Da lì è nata anche la mia devozione a Sant’Antonio; me l’hanno messa dentro con quella loro grande fiducia. Papà metteva i petali di giglio essiccati, benedetti perché raccolti in un convento, dentro a dell’acqua e poi ce la faceva bere. Facevano le loro offerte, quelle poche cose che avevano, e il voto di chiamare Antonio il fratellino che mamma stava aspettando…

Avevo otto anni quando è nato, nel luglio del ’38. Era domenica, ricordo: mi sono fatta portare al catechismo e alle funzioni pomeridiane e poi dovevo tornare a casa. Ma come fare? Di solito si avvicinavano delle amichette…
Quella domenica lì, non so come ho fatto, sono riuscita a portarmi da sola abbastanza vicino alla casa quando all’improvviso è arrivato uno di quei temporali che proprio non si vedeva niente. Neanche quelli che ci vedono, penso, non vedevano niente!
E così ho incominciato a gridare e sono venuti a prendermi. E ho trovato la sorpresa: era nato questo mio fratellino, il più giovane di tutti, il più piccolo… Io mi sono attaccata a lui in una maniera… Anche lui mi cercava sempre, appena è riuscito a capire qualcosa.
Ho già detto del voto di chiamarlo Antonio. I miei volevano anche vestirlo da fraticello: c’era l’usanza di vestire così i bambini quando si otteneva una grazia, ma anche se non la si otteneva.

Si avvicinava per me il momento della Prima Comunione. A Toara la Prima Comunione si faceva in autunno e poco prima veniva il Vescovo per la Cresima.
Io non sapevo più leggere e non potevo prepararmi con il catechismo. Allora l’incarico se l’è preso papà e mi ha istruito talmente bene che ero la più brava tra le bambine e i bambini del mio gruppo.
Il Parroco ci ha ammessi tutti alla Cresima che veniva amministrata a Sossano, un paese vicino.
È questo il mio primo intenso ricordo da non vedente: sono partita con papà, con un vestitino proprio misero misero, bianco bianco, che mi aveva fatto la mia madrina usando cose molte povere. Papà mi ha portata in bicicletta… e anche quella volta è venuto un temporale! Come me lo ricordo… ho preso tanta di quell’acqua!
Era il 29 di settembre, giorno dell’Arcangelo Gabriele.
La Prima Comunione era fissata per il 15 ottobre però il Parroco, molto severo, questa volta ha eliminato quasi tutti: ha scelto tre bambini e tre bambine soltanto, e tra queste tre c’ero anch’io!
Fu un’emozione grandissima; quando ci penso…
Io festeggio sempre la data della mia Prima Comunione, e ancora adesso mi par di riviverla. L’ho vissuta così… con quell’ansia, con quel desiderio, con quella paura, anche, di non essere ammessa…
Proprio tre giorni prima della Prima Comunione una vespa mi ha punto un piede, me l’ha fatto venire così grosso, tanto grosso che non potevo più mettere le scarpe. Ho pianto, sospirato ma poi tutto è passato.

E arriva quella mattina, una bellissima giornata, meravigliosa; tra l’altro ottobre è il mese che preferisco per la sua dolcezza, dolcezza del sole, dolcezza dell’aria….
 Sono andata accompagnata dagli altri fratellini; venivano tutti volentieri anche perché il Parroco, il giorno della Prima Comunione, ci offriva la cioccolata, una colazione un po’ particolare, molto particolare per quei tempi.
Era una bella festa, con i fratellini intorno.

È stato bello anche perché ho avuto il primo atto di delicatezza, un dono che mi faceva sì ricordare che non vedevo, ma mi svelava anche la sensibilità delle persone. Il Parroco, che per altre cose mi ricordo così duro e severo, ha fatto fare per quel giorno, solo per me, un’immaginetta che io potevo toccare. Era Sant’Imelda.
La conservo ancora: in rilievo, con attorno come un pizzetto, e nel centro Sant’Imelda con le manine giunte, vestita proprio come una bambina qualsiasi alla Prima Comunione. Quel regalo mi ha commosso e il suo ricordo mi ha accompagnato sempre, per tutta la vita. Perché queste attenzioni rimangono dentro e danno gioia.
Questo è stato il mio unico dono: allora non si usava farne o forse io non potevo averli. Certamente non si usava, come adesso, riempire i bambini di regali che poi vanno alla Prima Comunione solo per quello.
A noi insegnavano, come era giusto, soprattutto la gioia di Gesù che viene e che ti è amico…

Sono tornata a casa, nella mia povera casa, felice, piena di sole e di gioia.
Poi papà mi ha portato in una frazione vicina e una signora, in una botteguccia, mi ha offerto dei confettini rossi, anzi: di tutti i colori, m’han detto, e per me era una festa.
E ricordo la dolcezza, l’intimità, la bellezza proprio del dono celeste ricevuto che mi ha aiutato sempre e che mi aiuta ancora; che ha rafforzato la mia fede rinnovando sempre questo miracolo.

Io ho potuto superare tante cose molto difficili e posso ricordarle ora sorridendo, con la dolcezza dentro. Bisogna benedirla la vita!
Avevo perso tutta la bellezza esteriore, quella che veniva dalla visione della natura e della campagna… ma ecco che nasce in me un’altra dolcezza, un’altra gioia, più intima e più grande.
Guarda, lo dico e spero che mi credano quelli che ascoltano, se dovessi rinascere e mi fosse dato di scegliere una vita come la vorrei, io sceglierei ancora questa, quella che ho vissuto.
La sceglierei tutta, non rinuncerei a niente, neanche alle cose più tristi e brutte.