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13 La grande famiglia

Avevo ancora i miei genitori, allora, che mi amavano da morire.
Avevo i fratelli che erano stati educati in una maniera straordinaria verso di me, considerando le mie attitudini prima delle mie disgrazie…
Quindi io dovevo ad ogni costo non pesare; c’erano dei bambini che nascevano, che crescevano. Non dovevo mai dire: «Sto male, fateli tacere». Credo proprio di non aver mai fatto questo, mai detto questo… Pensavo: non voglio che quando saranno grandi dicano che da piccoli non si poteva giocare, si doveva tacere perché c’era la zia che stava male.
Avevo accettato la mia situazione, avevo cercato di fare un programma in questa famiglia dove c’erano i miei genitori, dove vivevo con due fratelli sposati, due carissime cognate e i nipoti che incominciavano a venire. Ne avevo già sei, tutti piccoli, a quel tempo; poi ne sono arrivati altri due.§
Una vita serena con loro, nonostante le avversità che capitano sempre a tutti. La casa aveva bisogno di tanti lavori per essere resa più abitabile, però c’era tanto affetto…

È una famiglia, la mia, sempre giovane perché abbiamo sempre avuto bambini piccoli.
E li avevo sempre tutti attorno; quello che c’era per uno c’era per tutti, perché non facevo mai differenze; educarli alla rinuncia tante volte, ma in una maniera piacevole.
Loro crescevano sereni e mi volevano tanto bene.
Non so se l’ho già raccontato: i miei nipotini quando andavano alla scuola materna non hanno mai voluto giocare a mosca cieca.

Perché sapevano che cosa voleva dire.

Preferivano stare in castigo, perché le suore non riuscivano a capire. E ricordo che una di queste nipotine, alle elementari, un giorno doveva scrivere per casa delle parole con la c e con h. A scuola la maestra le aveva fatto scrivere cieco. Io stavo aiutandola a fare i compiti, i pensierini; ma lei stava ferma, non si muoveva. E io le chiedo: «Perché non li fai?» E poi si mette a piangere: «La maestra doveva sapere che io ho una zia che non vede e questa parola non la scriverò mai!».
«Ma va che non è niente -le dico io- cosa vuoi…» E non l’ha scritta!
Facevano di quelle cose spontanee, loro! Un’altra invece veniva adagio, adagio in stanza, non si faceva sentire proprio… Ma io invece la sentivo ed ad un certo momento la chiamavo e allora mi diceva: «Ma allora tu ci vedi, dì che ci vedi!»
Per loro io ero normalissima, ero la zia. Sì, ero a letto, avevano detto a loro che io non vedevo. Ma come allora le nipotine, anche adesso i pro-nipotini vengono, mi prendono una mano e dicono «Senti questo disegno, ho fatto un disegno» e mi accompagnano il dito sul foglio perché sanno che adopero le mani per leggere e pensano che io possa, toccandolo, capire il loro disegno.

E scommetto che loro ti guidano le mani in modo che tu capisci.

E sì, certamente. Dicevo che la mia è sempre stata una famiglia giovane perché c’erano sempre tanti bambini.
Anche adesso ne ho due in casa: una da 4 anni che è un amore, compirà 4 anni in maggio. Ha un così modo di fare; l’altro ieri la nipote più grandina mi raccontava: «Sai, ha fatto i capricci» e lei appoggiata al mio letto ha detto: «Tu hai raccontato tutte queste cose e io allora sono triste, soffro molto». Sì, parla proprio come i grandi.
Vedi, con loro vicino anche se ci sono cose tristi, cose amare, delle contrarietà, delle avversità devi continuare a sorridere. Ti aiutano anche a sopportare e a dimenticare.

E questa è un’esperienza che facciamo un po’ tutti, perchè per proteggere i bambini da ogni sofferenza perché vorremmo che non li toccasse mai…

…ci proteggiamo anche noi. Ed è proprio così, è vero così, è bello così e benedico la vita dei bambini e ringrazio Dio che ce li ha donati e viviamo sereni con queste creature che ci insegnano tante cose.
Domani non so come sarà e cosa sarà, però accettiamo giorno per giorno quello che i bambini ci donano; la mia famiglia ne ha avuti tanti ed ho tanti bellissimi ricordi.

Una vita serena, con tanto affetto, nonostante le avversità che capitano sempre a tutti.
Ricordo tante belle feste trascorse insieme! Noi non conoscevamo le trattorie, gli alberghi e le feste si facevano sempre in casa. Tutti insieme, sempre in tanti.
C’erano le prime comunioni, le cresime… Quando poi c’era un battesimo era una festa, una festa da non dire. Papà ci metteva questa gioia dentro, della vita che arrivava, di questi bambini. I miei nipoti sono nati tutti in casa, tranne l’ultima, quindi era doppia festa perché si partecipava, con discrezione, con semplicità e con una sensibilità grandissima. E quindi il valore della vita, già dal primo momento, la gioia di sentire che qualcuno entrava nella nostra casa e quindi far festa, ma quella festa di parole, di gesti…

Festa autentica, mi pare di capire. Di cuori, di cuori felici

Di cuori felici perché non c’era la possibilità di fare quelle feste come si usa adesso, che prima di tutto mettono i regali e il pranzo.

Certo, quelle di oggi sono feste esteriori. Le vere feste sono quelle che si fanno insieme alla famiglia, nella famiglia e, se possibile, quando c’e lo spazio, nella casa di famiglia. E questo spazio voi l’avevate.

Altrimenti ce lo procuravamo! Perché non occorre tanto spazio, basta stare uniti e adattarsi… Perché ci siamo adattati a tante cose pur di stare insieme, di fare le cose insieme; e questo continua ancora adesso che sono quasi tutti sposati e ogni domenica arrivano e facciamo tavolate di 25 persone. Continua la voglia di stare insieme, anche per capirci di più, per ragionare di tante cose, per continuare ad avvalorare certi sentimenti, per ritrovarci con i nostri valori.

Mi sembra proprio un modo di coltivare la famiglia e gli affetti, questo vostro stare insieme.

È stato bello, tante cose sono state belle, ho ricordi bellissimi.
Devo ringraziare Dio d’avere avuto questa vita proprio per tutte queste cose belle; anche se c’è stato qualcosa di nero, di amaro, tutto passa in second’ordine.
Vivo questa realtà non rifiutando le piccole e grandi gioie che mi vengono offerte ogni giorno.

Questa mia grande famiglia è il centro di tutte le mie cose. Certamente i miei fratelli hanno rinunciato a qualcosa accogliendomi in questo modo tra loro; l’hanno fatto proprio per aiutarmi ad accettare meglio questa mia vita.
Io l’ho capito; li ringrazio e li ringrazierò sempre, fino alla fine.
Spero di non aver disturbato la loro unione né il loro rapporto con i loro figli… Spesso erano loro che li mandavano da me, dicevano va dalla zia, ma io dicevo: «Va a chiedere alla mamma, va a chiedere a papà». Ma non mi sono mai, come dire, appropriata del loro affetto.
Ho due cognate carissime ed ho cercato di valorizzare le loro attitudini in modo che si completassero a vicenda e non ci fossero mai screzi, perché una poteva fare una cosa, l’altra poteva farne un’altra.
Sono rimasta sempre al mio posto, sapevo bene qual era.
Ho cercato di tenere in armonia la famiglia perché nessuno potesse avere motivo di liti o di gelosie.

I bambini crescevano. Li abbiamo fatti studiare tutti quanti, non all’università tutti, però ognuno ha avuto la sua educazione particolare, che forse se fossero stati da soli, se avessero avuto la loro famiglia singola può darsi che fossero vissuti anche meglio, però non avrebbero potuto certo studiare.

Faccio però ora un passo indietro per raccontare la prima esperienza di morte nella mia famiglia. Quella di mio fratello, rimasto in Russia, non l’abbiamo vissuta direttamente poiché non ne abbiamo saputo più niente e risulta disperso, lontano.
Allora vivendo nella nostra grande famiglia anche papà e mamma; non erano molto anziani, anche considerando che adesso si vive assai di più: papà aveva settantotto anni quando è morto.
Un giorno è scivolato e si è rotto il femore; è stato operato si stava riprendendo però aveva paura di camminare e si spostava spingendo una sedia a rotelle, arrivava dove aveva già la sedia pronta e si fermava lì. Passava le giornate ascoltando dei dischi e divertendosi con i bambini; loro hanno un ricordo bellissimo del nonno perché raccontava loro delle fiabe, faceva ascoltare la musica, insegnava a cantare…
Prima di farsi male usciva ogni giorno per delle lunghe passeggiate e mi portava dei fiori ma soprattutto le primizie: la prima uva, le prime ciliegie… Ho questo ricordo bellissimo di queste attenzioni.
Poi lui si è ammalato di più. Non voleva andare all’ospedale per cui abbiamo chiesto una visita al professore che mi aveva in cura, che lui conosceva bene e di cui si fidava. E lui ci ha detto che, per conto suo, c’era un tumore allo stomaco.
Immagina quella sera! Eravamo tutti i fratelli disperati… no, disperati non è la parola giusta. Alcuni sono andati sul colle qui vicino a sfogare il dolore, altri sono rimasti qui con me. E abbiamo deciso di di fare come lui desiderava: in ospedale non ci voleva andare, non voleva fare nessuna cura.
Era un uomo meraviglioso e non si lamentava mai; pur ammalato, viveva serenamente partecipando sempre alle cose della famiglia. Aveva smesso di seguire la politica, che prima lo appassionava molto, e diceva: «Ma sì, sono tutti uguali…».

L’ultimo periodo è trascorso abbastanza serenamente, malgrado il nostro peso nell’anima. Lui era in una stanza e io in quella vicina, e ogni tanto mi chiamava.
I nipotini andavano spesso da lui, salivano anche sul suo letto per fargli compagnia.
Fino all’ultimo gli sono stati tutti vicini, e non potevi allontanarli, non potevi… I due più grandi gli erano accanto anche quando lui è morto, e poi sono venuti a piangere da me.
È stata una morte molto dolorosa, però serena, accettata e vissuta con profonda tristezza ma anche con grande equilibrio.

E forse anche con grande fede.

Certo. È morto di lunedì e la domenica precedente due nipoti, una che viveva qui in casa l’altra fuori, avevano fatto la cresima. Allora si faceva presto, quando erano in quinta elementare.Sono venute tutte e due a salutarlo e lui diceva loro che fossero sempre buone e brave; insomma, faceva le sue raccomandazioni fino all’ultimo momento.

È stato il nonno fino all’ultimo momento.

Sì, e loro si ricordano di questo.

Il giorno dopo lui è morto. Avevamo allestito la camera ardente qui e tutti si davano il turno…
Quando venivano delle persone per la visita alla salma dicevano «Guarda che figura, che figura austera». Era la figura che mostrava anche nella morte, rispettosa della vita e dell’amore per la vita. Ed era quello che in fondo aveva insegnato a tutti, anche in quel momento.
Qualcuno aveva cercato di allontanare i bambini, ma sono scappati a casa, sono scappati dentro.
Ce n’era una che continuava di nascosto ad andare a baciare le mani del nonno. Se n’era accorto il parroco: «Stati attenti perché, insomma, è una bambina…»
I bambini hanno vissuto il mistero della morte con la lealtà di una volta: la morte esiste e bisogna accettarla, non bisogna nasconderla…
Poi quando l’hanno portato via io sono rimasta qui, con delle amiche che mi sono state vicine.

E’ stato motivo di crescita

Per tutti quanti. La morte di papà ci ha arricchito; è stata dolorosissima ma non negativa, perché ai bambini ha insegnato la realtà della morte e a noi grandi ha fatto rivivere tutti gli insegnamenti che avevamo ricevuto da papà.
Ora serbiamo in cuore questo ricordo, e quando tutti insieme ne parliamo sentiamo ancora tanta serenità e dolcezza.